Tokyo night, Milan day

Oggi voglio parlarvi di com’era il Giappone una volta,  subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Subito dopo la disfatta, subito dopo aver capito di aver davvero perso la Guerra.

Ci racconta la sua infanzia, Keiko, 59 anni. Oggi mamma e nonna di due nipotini. Una vera Edokko da generazioni. Vengono chiamati così i giapponesi originari di Edo, l’odierna Tokyo.

La sua famiglia gestiva un piccolo negozio di frutta e verdura. Quando lei nacque 33esimo anno dell’epoca Showa (1958) vivevano nella stessa casa quattro generazioni. I bisnonni, i nonni paterni i suoi genitori e lei con i suoi fratelli.

 

Keiko da bambina con suo nonno

 

Keiko da bambina al centro, alle sue spalle suo padre, insieme ad altri membri della sua famiglia durante il funerale del bisnonno.

 

La nonna era solita raccontarle storie della guerra.

In questa foto la nonna di Keiko con sua madre da bambina.

Keiko ricorda ancora oggi una filastrocca che la nonna le insegnò da bambina. Si cantava qusta canzoncina facendo saltare da una mano all’altra delle piccole palline di stoffa. La canzone racconta della guerra Russo Giapponese per la conquista della Manciuria.

Sono riuscita a trovare questo video su You Tube, giusto per darvi un’idea…

 

 

 

Il nonno non partì soldato, non era stato riconosciuto idoneo fisicamente, assieme alla moglie lavorò per anni alla fabbrica di armi lasciando l’attività di famiglia. Tutti i suoi fratelli hanno servito il paese e sono tornati vivi dalle loro famiglie dopo la fine della Guerra.

In questa foto, scattata davanti casa, il Nonno di Keiko e i suoi fratelli, poco prima di partire per la Grande Guerra.

 

Putroppo a chi era reduce di Guerra non spettava un rientro in pompa magna da eroe, ma iniziava una vita di vergogna.

Meglio essere morti per il paese, che tornare a casa da vinti.” Così racconta Keiko ricordando le parole di una vicina di casa di sua nonna.

 

 

Sono rimasta molto sopresa da questo racconto.

Le storie della guerra raccontate da mia nonna non le ho mai dimenticate.

L’episodio di quando viveva ancora in Veneto e nascose un soldato tedesco in casa per non farlo trovare dai partigiani.

O della missone di mio nonno a Tobruk in Africa, la ferita all’occhio per una granata, il congedo dalla guerra, la medaglia al valore.

La mia famiglia conserva ancora con orgoglio quella medaglia al merito di mio nonno.

Invece per i soldati Giapponesi reduci di guerra, nessuna medaglia.

Eroi di nessuno. Negli occhi l’onta della sconfitta.

 

 

Il Giappone di oggi, colorato, tecnologico, super attrezzato, nasconde un passato oscuro, di cui si parla difficilmente oggi. Qui i nonni non sono invitati nelle scuole a parlare della Guerra, si preferisce studiarla sui libri, lo stretto indispensabile, forse per non ricordare di averla persa quella Guerra, nel modo più orribile.

L’orgoglio dei samurai per sempre ferito, quella stupida testardaggine punita severamente, una sconfitta che ha lasciato ferite profonde nel cuore di questo Paese.

Un passato che andrebbe amato, criticato, capito ed accettato.

Un passato di cui andarne fieri nonostante la sconfitta, perchè anche quando si perde ma si resta in vita si può avere la forza di raccontare gli orrori vissuti per aiutare il Paese a non commettere più quegli stessi fatali errori.

 

 

Betty, from Tokyo