anche Laura è stata svegliata da un lungo sonno da un principe.

Dell’incidente non ricorda nulla, solo il rombo del motore di un’auto da corsa, poi il buio.

Ha chiuso gli occhi dopo l’impatto. Sei mesi in coma, poi li ha riaperti.

Il suo principe non l’ha svegliata con un bacio, ma con la sua voce. Nella stanza d’ospedale, l’eco di una canzone.

La sua canzone è tutto quello che le ha lasciato…

Ethan e Laura suonano la stessa canzone, con la stessa chitarra, sotto lo stesso cielo.

 

Si sono già incontrati tre anni prima in un ospedale, ma oggi non si conoscono. E si cercano, nonostante tutto.

 

Ethan Reed, musicista ed ex leader dei Light Dam, scappa da una vita che lui stesso ha contribuito a distruggere e, in esilio in Giappone, cerca di espiare colpe che lo stanno portando sempre più a fondo.

 

Laura, cameriera part time a Tokyo, ha trascorso gli ultimi anni cercando la voce di chi l’ha riportata in vita dopo un incidente spaventoso in cui ha quasi perso la vita.

 

Trascurando i propri sogni, si è annullata in una routine che non le appartiene, ma che spera la conduca all’uomo che sente di dover ringraziare.

 

E se la muscia potesse aiutare entrambi a unire ciò che forse non è mai stato diviso?

Track 1. Tokyo Road

 

 In a time, in a place

In a world, they forgot

Lives the heart of me

A part that just won’t die

 

Jon Bon Jovi

 

 

Come le principesse delle favole, anche Laura è stata svegliata da un principe.

Dell’incidente non ricorda nulla, solo il rombo del motore di un’auto da corsa, poi il buio. Ha chiuso gli occhi dopo l’impatto.

Tre mesi in coma, poi li ha riaperti. Il suo principe non l’ha svegliata con un bacio, ma con la propria voce.

Nella stanza d’ospedale, l’eco di una melodia, una canzone è tutto quello che le ha lasciato.

Ha speso gli ultimi tre anni della sua vita cercando di dare un volto a quella voce, invano.

Ciononostante, non ha mai smesso, lo sta ancora cercando.

 

Tokyo 2017

Qui è dove tutto è finito ed è da qui che tutto deve ricominciare.

Non c’è stato nessuno a prenderla per mano e a dirle di scappare via. Lasciare ogni cosa alle spalle e ricominciare, in un altro posto, lontano da qui: c’era solo lei.

Continua a lavorare, a ridere e respirare. Può chiamarsi vita questa? Agli occhi dei suoi amici sembra essere così, come se non fosse mai successo nulla, come se fosse sempre stata qui.

Per Laura invece è sopravvivere.

E sopravvivere è vivere per morire nella paura.

La paura di non riuscire a trovarlo.

 

«Buona notte, Samu.»

Laura saluta il proprietario del ristorante e si avvia verso lo spogliatoio, poi apre la porta di metallo ed entra.

 

«Finito adesso?» le chiede Kazuki.

«Sì» gli risponde Laura, richiudendosi la porta alle spalle.

«Facciamo la strada insieme?»

«Sono in bici, ci vediamo domani.»

A separarli una fila di armadietti.

«A che ora attacchi?»

«Alle due.»

«Io ho la mattina… non riesco a convincerti per una sfida a freccette prima di tornare a casa?»

«Facciamo la prossima volta, sono a pezzi.»

«Venerdì sera, e non accetto un no come risposta.»

«Non ti prometto nulla» gli concede lei, poi sorride da dietro la porta del suo armadietto.

«Non fare la guardona!»

Lei gli pizzica un braccio e scappa via, chiudendo rumorosamente la porta dello spogliatoio.

Sarebbe dovuta essere solo una sistemazione temporanea, ma lavora lì come cameriera da tre anni, ormai.

É la sua seconda casa.

Il suo migliore amico Kazuki lavora qui. È stato lui a presentarla a Samu.

 

La Primavera entrerà ufficialmente soltanto tra qualche settimana, ma nell’aria si sente già quell’odore tipico. La sera, però, la temperatura scende d’improvviso, così Laura si stringe nella felpa, pentendosi di non aver indossato anche la giacca a vento. Si è lasciata ingannare dal sole che l’ha scaldata sulla strada verso il lavoro.

Salta in bici, zaino sulle spalle, e inizia a pedalare.

Ningyocho, il vecchio quartiere dei piaceri dell’antica Edo, conserva ancora il fascino della vecchia tradizione, nascosto nelle piccole bottege di dolci, nel tempio shintoista stretto tra moderni palazzi, nell’orologio di legno che batte le ore con incredibile precisione orientale. La strada procede dritta verso casa, ma Laura preferisce prendere le vie secondarie ed evitare le auto che di notte aumentano la velocità.

Quasi tutte le insegne dei ristoranti sono spente.

Mezzanotte: ogni suono in strada arriva alle orecchie attutito, ovattato.

L’aria fredda le colpisce il viso; si ferma a un incrocio, poi svolta a destra.

Un taxi fermo al semaforo; un salariman fa un cenno con la mano e l’autista apre la porta: un nuovo cliente prima della fine del turno.

Scatta il verde, Laura riparte. Davanti a lei, il viale dei fiori di ciliegio la guida verso casa. Ancora boccioli, i fiori aspettano con ansia qualche altro caldo raggio di sole per schiudere i propri petali.

Secondo il notiziario di questa mattina, la piena fioritura è prevista dopo il venti del mese. Laura alza lo sguardo verso l’alto: ancora un po’ e un tunnel rosa di fiori di ciliegio l’accompagnerà tutti i giorni al ritorno dal lavoro.

Le dispiace di aver rifiutato l’invito di Kazu, ma stasera non ha voglia di stare in compagnia, ha bisogno di solitudine e di riposo.

In dieci minuti è a casa.

Sale le scale, abita in un palazzo di otto piani senza ascensore. Lei è al quarto, motivo per cui, pur essendo in un quartiere centrale, l’affitto è piuttosto basso.

Tutte le luci sono spente, Laura lascia le scarpe all’ingresso e si avvia verso la cucina. La porta della camera di Kim, la sua coinquilina, è chiusa. Probabilmente è già a letto da un po’.

Vivono in due, in un appartamento 2LDK: due camere da letto, soggiorno e cucina, tutto compattato in quarantaquattro metri quadri. Sono diventate una piccola squadra, Laura e Kim. Così diverse eppure amiche.

 

Sul tavolo, un contenitore di plastica e un biglietto.

“Oggi ho fatto i toppogi, ne ho lasciati un po’ per te. In frigo c’è anche il budino al caramello. Notte, Sister.”

Kim la conosce bene e sa che dopo una serata di lavoro Laura non mangerebbe nulla; per questo le lascia sempre qualcosa la sera: impensabile per lei l’idea di andare a letto a stomaco vuoto.

 

Laura accende la luce della sua camera.

Così come il part time al ristorante, anche quella della Share House sarebbe dovuta essere una sistemazione temporanea. Ma ormai nulla sembra essere temporaneo nella sua vita. Come se ogni cosa, qualsiasi cosa e qualsiasi persona, avesse difficoltà a staccarsi, restasse appiccicata alla sua vita con ostinazione. Ha accumulato un bagaglio pesantissimo in questi anni di vita a Tokyo.

Nell’angolo accanto alla finestra, la sua chitarra.

Sul letto, con i capelli ancora umidi dopo la doccia, a gambe incrociate, Laura la prende tra le braccia.

«Mi sei mancata» dice a bassa voce sfiorando il manico di legno.

Un’altra dura notte fa il suo inizio… è sopravvissuta a un altro giorno.

Riesce a trovare conforto solo pizzicando le corde della chitarra, per ore e ore, e sempre le stesse note, lo stesso giro di accordi, la stessa melodia, la stessa canzone. Quella canzone.

Si addormenta così tutte le notti, da tre anni a questa parte.

Sui polpastrelli, la prova del suo tormento, i segni lasciati dalle corde incisi sulla pelle: anche questa notte le cicatrici si apriranno lasciando sulla tastiera impronte di sangue.

 

Sarà successo a molti di sentire per la prima volta alla radio una canzone in grado di rapire il cuore.

Si prova a ricordarne la melodia, ritorna in mente solo una piccola parte, poi resta solo l’emozione che quella canzone ha lasciato.

Hai bisogno di riascoltarla, di premere il tasto “play” una, dieci, cento, mille volte ancora.

Sentire quelle note nella tua testa, i bassi che arrivano allo stomaco, quella voce che canta al cuore…

Basta poco, diventa tua, in circolo nel sangue, nelle tue viscere e in ogni cellula del tuo corpo.

Poi quel bisogno fisico scompare, quella melodia diventa solo un’altra bella canzone da aggiungere alla playlist del tuo ipod.

Diventa abitudine, fa già parte del tuo passato.

Laura sente sempre quel bisogno fisico di sentirla, ancora e ancora, ma non suonata da lei, bensì cantata dalla voce dell’unica persona che sia mai riuscita a scuoterle il cuore.

 

Volo United Airlines UA7998 14h15m

Boing 777-300ER

New York, JFK International Airport 10.45, Mar 2

Tokyo , Narita International Airport 15.00, Mar 3

 

«Probabilmente è così che si sentono le anime del Purgatorio.

Costrette in uno spazio ristretto, aria artificiale e rarefatta, insopportabile, ma l’unica disponibile. In una dimensione sospesa che non è nessun luogo, ma che può essere ovunque.

Nessuna via d’uscita, solo una lunga ed estenuante attesa.

L’attesa che il tormento arrivi alla sua fine.»

 

INFORMAZIONI SUL VOLO

ORE MANCANTI ALL’ARRIVO: 8.50

 

Ethan sbircia con un occhio lo schermo luminoso.

«Cazzo, non siamo nemmeno a metà.»

Di fianco a lui, Jack, il suo migliore amico e bassista della band, russa rumorosamente.

«Questo figlio di puttana dormirebbe ovunque» mormora.

Non senza invidia, Ethan gli dà le spalle e si agita sul proprio sedile di business sistemandosi gli auricolari nelle orecchie. Impossibile dormire, eppure cadere almeno in uno stato di semi incoscienza è la sua ultima speranza.

Annebbiare la mente nell’alcool sarebbe un’altra possibilità, ma il post sbronza della notte precedente picchia ancora duro nella testa.

Chiude gli occhi; di fronte a lui, la faccia di Wally sfreccia come un pensiero temporaneo. Wally, suo manager da quasi vent’anni, amico da una vita.

«Basta con le cazzate! Non so più cosa inventarmi con la stampa per pararti il culo, Ethan!»

«Ho fiducia nelle tue capacità…»

«Non fare lo stronzo, dopo che hai mandato a puttane la band, lo scandalo con quella modella e la rissa al club Ice, ci aggiungi anche questa?»

«Non sono stato io a mandare a puttane il gruppo.»

«Esattamente! Sono stati i ragazzi a mandarti a cagare e non posso davvero biasimarli.»

Ethan alza gli occhi al cielo.

«E non fare quella faccia, cazzo. Ti rendi conto che la stampa ha le mie palle sul tagliere? Non vedono l’ora di tagliarmele!»

«Diventeresti un eroe come in Braveheart.»

«Non ci tengo, grazie. Preferisco conservare i gioielli di famiglia al sicuro.»

«Senti, Wal, mi dispiace. Ok?»

«No, no, stavolta non te la cavi così.»

«Non puoi mollarmi.»
«Non ti mollo. Ma per il bene di tutti e delle mie palle, meglio che sparisci per un po’.»

«E dove dovrei andare?!»

«Non so, pensa a un posto dove poter ricaricare le batterie, dove rilassarti… e magari riprendere a scrivere musica.»

«Non esiste nessun posto….»

«Trovalo e restaci per un pò, ho bisogno di tempo per sistemare le tue cazzate. Non è un consiglio, Ethan. È un ultimatum. O te ne vai tu o me ne vado io.»

Quarantotto ore dopo, eccolo imbarcato su un volo per Tokyo. L’unico a seguirlo? Quel pazzo del suo bassita.

Jack non gli ha fatto domande. La sua risposta alla proposta di viaggio è stata: «Avevo giusto voglia di sushi.»

Ethan gli vuole bene anche per questo.

Nelle cuffie, in ogni caso, non c’è la sua musica, ma quella di altri. Di tutti quegli altri che riescono ancora a scriverla, la musica, a vendere dischi e guadagnare soldi a palate.

Quando per lui la musica ha smesso di essere la sua isola felice ed è diventata un lavoro?

L’ha dimenticato.

Ha dimenticato cosa significhi suonare e sentire le note colpire dritto lì, nel profondo. Si è perso a metà strada; troppi album di successo alle spalle, troppe hit in cima alle classifiche, troppi fan sparsi per il mondo.

I Light Dam sono diventati un’enorme macchina per fare soldi. E i soldi hanno rovinato tutto.

Tre anni fa Ethan è arrivato a un bivio e ha scelto la strada meno facile, quella per l’autodistruzione: annientare tutto quello che aveva costruito in quasi vent’anni di carriera. Band smembrata e l’urlo dei fan ai concerti solo un’eco della memoria.

La sua chitarra acustica si è vestita di polvere, un abito divenuto sempre più pesante col passare dei mesi.

È rimasta a casa, a New York, in attesa di essere di nuovo toccata da quelle mani che una volta l’hanno amata.

È in fuga, adesso, da una vita che lo sta lentamente divorando. È costretto a fuggire per non perdere chi, come Wal, ha creduto in lui fin dall’inizio, chi, nonostante tutti i casini, continua a credere in lui.

Ethan Reed, cantante ed ex leader dei Light Dam, è diventato lo snack preferito dei paparazzi, divorato dai gossip e dalle riviste scandalistiche. La sua fama ha poco a che fare con la musica, ormai. È una triste realtà, ma Ethan sapeva che prima o poi sarebbe arrivato a un punto di non ritorno.

Quel punto è arrivato, lampeggia sullo schermo del video di bordo. TOKYO.

Il suo nuovo punto di partenza.

All’arrivo c’è una macchina ad aspettarli. Nessuna chiacchiera durante il tragitto, ma tutta una tirata verso l’appartamento che il loro manager ha preso in affitto.

 

«Che ci fa lei qui?»

«Lei chi?»

«Lei» puntualizza Ethan indicando la sua chitarra acustica.

È stata la prima cosa su cui ha posato gli occhi non appena entrato.

«Ah, è stata un’idea di Wal. Ha spedito i nostri bagagli con il corriere espresso.»

«Lei doveva restare a casa.»

«Non prendertela con me, Wal dice che potrebbe essere l’occasione giusta per riprendere a scrivere qualcosa.»

Ethan prende la chitarra e la chiude nell’armadio a muro dell’ingresso.

«Oppure no…» aggiunge Jack.

«Perlomeno, Wal ha scelto una bella casetta.»

«Giusto per “confonderci” tra la folla, no?» lo rimbecca Ethan entrando nell’enorme salone.

«Ethan, le scarpe…» osserva Jack togliendosi gli stivali, poi indossa le pantofole allineate in ordine all’ingresso.

«Oh, cazzo.» Ethan torna indietro, si sfila le Nike e cammina a piedi scalzi sul parquet di legno.

Wal ha preso in affitto una Penthouse a Midtown, Roppongi. Nonostante sia in esilio, Ethan può godere di una prigione dorata.

«Sto morendo di fame» geme Jack aprendo l’enorme frigo a due ante della cucina a vista. «Wal sembra aver pensato a tutto… il frigo è pieno zeppo» commenta soddisfatto.

«Non mi sorprende» mormora Ethan, affacciato all’enorme vetrata del soggiorno. Davanti a lui, una vista mozzafiato e la Tokyo Tower che svetta proprio al centro della sua visuale.

Aspetta di vedermi stasera con le luci accese, straniero, sembra dirgli, orgogliosa del proprio splendore. In effetti sono solo le cinque del pomeriggio.

Jack tira fuori dal frigo prosciutto, formaggio e maionese.

«Ti va un sandwich?»

«Sì, cara. Ti prego» risponde Ethan, soffiandogli un bacio dall’altro lato della stanza.

Jack, scuotendo la testa, appoggia tutto sul bar counter e inizia a preparare. Sbadiglia rumorosamente asciugandosi le lacrime. «Maledetto jet lag.»

«Non dirmi che hai sonno» lo schernisce Ethan, incredulo.

«Come?»

«Jack, hai dormito per più di dieci ore!»

«Non mi è bastato, mi sono svegliato due volte per andare in bagno e una per mangiare.»

«Se non ti fossi svegliato nemmeno per pisciare ti avrei creduto morto.»

Jack scoppia in una fragorosa risata, passandogli però una lattina di Coca Cola.

«Grazie per essere venuto con me.»

«Dovere» replica Jack mettendosi sull’attenti, poi continua: «Senti, Eth, ma perché proprio Tokyo? Insomma, avresti potuto scegliere qualsiasi posto che non fosse in culo al mondo…»

«É stato il primo posto che mi è venuto in mente lontano da casa» risponde lui, stringendosi nelle spalle.

«Sai che facciamo? Domani cerchiamo di beccare quella bettola dove facevano Ramen. Ti ricordi quella volta, con i ragazzi, dopo il concerto?»

«Chissà se esiste ancora» risponde Ethan, bevendo un sorso di Coca.

«Quanto tempo è passato da quella volta?»

«Tre anni… sono passati tre anni.»

«Sembra una vita fa» commenta Jack allungando il sandwich a Ethan.

«Lo è» annuisce lui, prendendo in mano il piatto.

Ethan non ha detto a Jack il vero motivo per cui ha scelto Tokyo. Non l’ha detto a lui, né a Wally. Non lo dirà a nessuno.

È stata una scelta impulsiva, il suo cuore ha deciso per lui. Perché solo il suo cuore ne conosce la ragione.

 

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Questa storia mi piace molto! E poi il fatto che lei suoni con la chitarra che una volta era di lui è bellissima!!!!
Spero che si incontrino molto molto presto, perché sono curiosissima di sapere cosa succederà!
Ho letto questo capitolo il giorno stesso che lo hai pubblicato, ma recensisco ora la storia perché non ne ho trovato il tempo e poi me ne sono dimenticata 😉
Spero a presto.

Finalmente una nuova storia da leggere! 🙂 Grazie! Sai che mi piace leggere ciò che scrivi! Rinnovo i complimenti brava!

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